RadioControllato Citizen in camion tra i monasteri Bulgari.

verso-rila_1.jpg

Eccomi dopo Sofia raggiungere, direzione Mar Nero dopo olte 200 km di strade pessime (ho evitato di proposito l’autostrada) la città di Plovdiv, seconda città della Bulgaria, situata nella parte meridionale, lungo la strada che mette in comunicazione l’Europa occidentale con Istanbul.

Basterebbe seguire l’etimologia dei suoi antichi nomi per tracciarne la lunghissima storia: le prime notizie riguardano la fondazione nel 340 a.C. ad opera di Filippo II di Macedonia, da cui ricevette il nome di Philippopolis.

In età romana fu il capoluogo della provincia di Tracia col nome Trimontium, mentre le popolazioni locali la chiamavano Puldin, Pulpudeva; infine nel periodo di dominazione ottomana prese il nome Filibè.

Il volto della città è un incrocio unico e variopinto di stili, epoche e tradizioni diversissime tra loro; nel centro storico, accanto ai resti ellenistici, si scoprono quelli romani, mentre poco lontano dalle chiese ortodosse sorgono la moschea quattrocentesca ancora in funzione e la chiesa cattolica, mentre la via principale della città moderna porta all’antico foro romano.

Insomma una vera e proria babele di razze, di culture e di religioni che a quanto pare riescono a convivere senza particolari problemi. Che sia un esempio da seguire?

plovidid_1.jpg

Continuo la mia visita salendo la scalinata dell’anfiteatro marmoreo (in cui in estate si può assistere a spettacoli teatrali e concerti) da dove si arriva nel cuore di Plovdiv, la Città Vecchia, una sorta di museo all’aperto dell’architettura del Rinascimento bulgaro.

Le alte mura nascondono dei cortili interni di pregio inoltre le magnifiche case con facciate dipinte e dei balconi con colonne di legno formano una volta sulle stradine tortuose.

Nella Città Vecchia visito il Museo Etnografico e quello della Rinascita oltre ad altre case-museo (da vedere quella del poeta francese Lamartine), bellissime le chiese ortodosse.

Si può fare una sosta in uno dei locali aperti all’interno delle case restaurate, dove assaggiare qualche dolce balcanico, il caffè alla turca, lo yogurt puro, le grappe e i vini della zona, e gustare i piatti tipici, ascoltando musica popolare.

Ma Plovdiv non è solo storia e moltitudine di culture e tradizioni. Da sempre la città è un centro industriale e commerciale attivo, con le sue zone agricole limitrofe e le industrie conserviere.

Lasciata la città di Plovdiv di mattina molto presto svegliato dal mio fedele Citizen, che ben si stà comportando soprattutto per robustezza in questo viaggio sicuramente non semplice, mi imbarco in una erta salita, ben superata dal Bremach lungo un torrente dove provo anche qualche tratto di fuoristrada sino ad arrivare al monastero di Backovo che mi hanno detto essere bellissimo.

monasterobackovo_1.jpg

In effetti raggiungerlo con la visione dei Monti Rodopi è estremamente suggestivo ed ho anche la fortuna di incontrare un simpatico Pope che mi spiega tutto del monastero, ovviamente tradotto dal mio interprete Vanio.

Il monastero, mi dice, fu fondato nel XI secolo dai fratelli georgiani Bakurian ed è situato, come dicevo, nei monti Rodopi, sulla riva destra del fiume Cepelarska, a 30 km dalla città di Plovdiv.

L’edificio più antico conservatosi fino ad oggi è l’ossario a due piani.

Il primo piano è destinato alla tumulazione, mentre il secondo è adibito a chiesa con una navata.

Nell’ossario sono custodite le immagini dei fratelli Bakurian e dei re bulgaro Ivan Alexander, protettore del convento nel secolo XIV.

Sul luogo dove era stata eretta dai fratelli fondatori la prima chiesa del monastero poi nel XVII sec. venne costruita la chiesa conventuale centrale di Santa Maria dove è custodita un’icona ornata d’argento risalente all’anno 1311.

Gli affreschi di soggetti biblici sono eccellenti campioni dell’arte risorgimentale bulgara. Di particolare interesse è la composizione Il giudizio universale.

Nel Monastero di Backovo fu esiliato il patriarca bulgaro Evtimi, dopo la caduta della capitale, Veliko Tarnovo, sotto i colpi degli ottomani, nel XIV sec.

Dopo aver pernottato inizia una lunga traversata delle montagne forse più interessanti della Bulgaria, il massiccio dei Rila-Pirin.

Sei, sette ore di viaggio fra i monti su strade che spesso sono poco più di mulattiere e per di più ricche di buche, ma con paesaggi affascinanti mi portano a vedere le vette più alte di questo paese e raggiungere nel pomeriggio il famosissimo monastero di Rila senz’altro il maggiore e più famoso monastero della Bulgaria.

Incastonato, appunto sul monte Rila vicino agli omonimi laghi a 1,147 metri sopra il livello del mare, circondato dai piccoli fiumi Rila e Drushliaviza ed e a sole 4 ore a piedi dalla vetta di Maliovizza ed ad 8 ore di cammino dai 2925 metri della cima Musala, la più alta dei Balcani.

monastero-di-rila-2-2.jpg

Il monastero è stato fondato nel X sec. dall’eremita Ivan Rilski.

A quell’epoca la vita ancora etica era una forma di resistenza passiva dei popolo contro i feudali.

L’impervio Monte Rila offriva un rifugio tranquillo agli eremiti.

Il convento fu due volte distrutto e quindi ricostruito. Nel 1335, Hrelio, feudatario della regione di Struma, attese al restauro completo dei monastero per il quale costruì anche una chiesa e una torre  conservata fino ad oggi.

Verso la fine del XIV sec. gli eserciti dei Turchi ottomani invasero la Penisola balcanica.

Il Monastero di Rila rimase illeso dai loro attacchi e conservò i privilegi che aveva ottenuto dai re bulgari e che furono confermati dai sultani.

Tuttavia il monastero fu distrutto dai “kargiali” (bande di facinorosi che infestarono a lungo le terre balcaniche dell’Impero ottomano a partire dalla fine del XVIII sec.) e fu ricostruito nell’aspetto che ha oggi nella prima metà del secolo scorso.

La chiesa principale del convento desta l’ammirazione di chiunque abbia la fortuna di giungere quassù con i suoi affreschi, icone e intagli di stupenda bellezza e forza della suggestione artistica.

Vi hanno lavorato esponenti delle scuole di pittori di Samokov e di Raslog, tra cui Zahari Zograph, Stanislav Dospevski, Dimitar Molerov, Simeon Molerov.

L’Edificio centrale consta di oltre 300 celle, collegate da scale, gallerie e terrazze.

Stanco ma soddisfatto riprendo la guida ed ora eccomi dopo altri 70 km, stesse strade, nella cittadina di Sandaski quasi ormai al confine con la Grecia quando il Citizen scandisce le ore 8.00 di sera.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *