Storia ed Evoluzione del Taglio dei Diamanti.

Fin dall’antichità l’uomo incontra i diamanti grezzi e si rende immediatamente conto dell’impossibilità di intervenire per dare loro forma e finitura a causa della loro durezza.

Per millenni l’uomo convive con questa gemma utilizzandola pressoché come si trova allo stato grezzo o limitandosi a piccoli interventi che sostanzialmente non avevano influenza sulla forma originaria.

Da tutto ciò scaturì la credenza, diffusa soprattutto in India, che il diamante grezzo avesse poteri di potente talismano.

L’espressione Yahalom, già nell’Antico Testamento, indica la pietra più dura di tutte le altre.

I Diamanti

I Diamanti

Col termine Adamas è citata nei vecchi testi greci. E con Adamantius nel mondo latino acquista un significato simile a Yahalom: invincibile.

Nel “Buddhabhatta” degli indiani si legge che….”colui che porta il diamante vedrà i pericoli allontanarsi da lui…”.

Fu così che i mercanti indiani convinsero i romani ad acquistare la pietra ….dell’invincibilità.

Il diamante ha da allora un valore di gran lunga superiore a quello che avrebbe avuto se valutato con i criteri puramente estetici applicati ad altre gemme.

Perciò il diamante diviene, prima ancora esistesse una qualsiasi forma di taglio, il “re delle pietre preziose”.

 

Presso i Romani  godette di una reputazione straordinaria. Plinio, nella sua famosa “Historia naturalis”, scrive infatti che fra tutte le cose di cui disponiamo “e non solo tra le pietre preziose, è al diamante che attribuiamo il maggior valore”.

Partendo dalla constatazione che allo stato grezzo, come già detto, è un cristallo opaco assolutamente poco interessante, pare ormai accertato che furono le proprietà metafisiche, le virtù magiche delle quali man mano si arricchiva la credenza delle varie epoche, a far assurgere il diamante al “bene più prezioso che esisteva sulla terra”.

In epoca medievale, forse per scrollarsi da dosso il problema della impossibilità di operare qualsiasi intervento sulla gemma grezza, cominciò a diffondersi la credenza che il diamante grezzo non doveva essere neanche scalfito pena la perdita di ogni potere e con il rischio che i suoi poteri si trasformassero in portatori di guai ad ogni livello.

E tale credenza si radicò all’epoca  al punto che le pietre grezze venivano lasciate intatte guardandosi bene dall’intaccarne in qualche modo la struttura originale.

E’ grazie a tali credenze, se pur con alterne fortune, che il diamante sopravvisse da “sovrano” a tutte le epoche.

In ogni caso è da sottolineare che la prima area al mondo dove il diamante  godette di grande prestigio fu l’India.

Tra il 1000 ed il 300 A.C., nei depositi alluvionali degli alvei essiccati dei fiumi, cominciò una corsa al diamante che era all’epoca molto richiesto per le virtù  ed i poteri che gli venivano attribuiti.

Ma bisogna attendere il XIV  secolo perché la letteratura cominci a riportare i primi tentativi di intervento sulla gemma grezza.

Poiché le pietre grezze naturalmente belle erano scarsissime, man mano che aumentava la domanda , l’unico modo per soddisfarla fu quello di cominciare ad intervenire sul cristallo grezzo con i primi rudimentali tentativi di taglio.

Questo comportò l’abbattimento di tutte le barriere che volevano che il diamante dovesse essere mantenuto integro.

La domanda commerciale dovette essere più forte della superstizione, e gli artigiani impararono a sfaldare le pietre per migliorarne l’aspetto ed eliminare le impurità.

Ma prima di addentrarci nell’esposizione delle tecniche di taglio vere e proprie riteniamo utile fornire alcune delucidazioni sui termini che vi troveremo relative alle varie fasi di lavorazione.

Lavorazione

Indica tutte le operazioni che conducono dalla pietra grezza alla gemma tagliata. Lavorazione è un termine preferito a “taglio” o “pulitura”, per esempio, che sono più appropriati  con riferimento a particolari fasi del processo di lavorazione.

 

La sfaldatura

Un diamante può essere spaccato allo stesso modo con cui si spacca un pezzo di legno utilizzando un cuneo, poiché, come il legno, ha una venatura naturale.

La tecnica della sfaldatura è stata inventata in India probabilmente 3.000 anni or sono ed arrivò in Italia nel periodo Romano.

Nel superstizioso Medioevo la credenza comune che si potesse  sfaldare un diamante per semplice immersione nel sangue di un ariete o di un caprone, credenza che fornì anche simboli al cristianesimo, pare sia stata originata da una falsa interpretazione di una frase di Plinio.

Ciò che Plinio disse veramente fu che se una lama d’acciaio ( e non un diamante) fosse stata temprata nel sangue di un caprone (che era il miglior agente temprante conosciuto a quell’epoca), la lama avrebbe potuto sfaldare un diamante.

Sfaldare è comunque  un’operazione rischiosa perché se l’artigiano sbaglia a determinare la direzione dei piani di sfaldatura, il colpo vibrato può frantumare il diamante anziché dividerlo in due parti.

 

Segatura

Il diamante può essere sfaldato solo lungo i piani di sfaldatura. Ma questa operazione non sempre è la migliore soluzione.

Si deve allora ricorrere alla  “segatura” che, fin dai tempi più remoti è stata praticata con strumenti di taglio sempre più evoluti.

La prima sega per gemme probabilmente fu la sega ad arco usata in Cina per tagliare la giada, con polvere di granato aggiunta come abrasivo.

Al principio del XIX secolo John Mawe descriveva la sega per diamanti come un filo sottile di ottone o ferro con i capi assicurati ad una canna o ad un osso di balena, con polvere di diamante pressata sul filo per dargli “mordente”.

Occorrevano da otto a dieci mesi per segare una pietra grossa; pensate, per il “Regent” occorse un anno intero.

Nel 1900 fu introdotta la sega rotativa senza denti, brevettata in Inghilterra nel 1833. Da allora la segatura è un procedimento più usato della sfaldatura.

 

Levigatura

La prima descrizione dei processi di levigatura è stato descritto da Benvenuto Cellini nel 1568 e pare fosse il metodo più comune in uso a quel tempo.

Consisteva semplicemente nello sfregare due diamanti l’uno contro l’altro, a mano. Le pietre erano fissate in cima a due bastoni; sotto, veniva posta una ciotola per raccogliere la polvere di diamante.

Era ovviamente un lavoro estenuante, che richiedeva grande forza fisica, oltre all’abilità. L’equivalente moderno è lo sgrezzamento o bruting eseguito mediante un tornio.

Una pietra è fissata su un bastone o dop, l’altra sul tornio: la prima è premuta contro la seconda mentre questa gira. Tale procedimento, quando è eseguito nella lavorazione di un brillante, è detto anche arrotondamento.

 

La molatura

Permette di ottenere una forma più regolare ed un controllo delle proporzioni migliore di quelli ottenibili con qualsiasi altro metodo.

Questo metodo presenta comunque due limitazioni: le faccette che si ottengono con la molatura sono tutte piatte; in certe direzioni specifiche il diamante resiste  a qualsiasi agente abrasivo.

Una pietra da molare è fissata a un supporto orientabile in tutte le direzioni ed è mantenuta a contatto della ruota abrasiva.

La ruota, spesso chiamata lap o scafe, è un disco di ferro fuso impregnato di una mistura di olio e polvere di diamante.

All’inizio si usano granuli più spessi; in una seconda fase si usa polvere più fine.

Anselmus De Boot, di Bruges, attivo nel XVII secolo, sostiene che ci voleva una settimana di molatura per ottenere una sola faccetta. Nell’uso moderno il termine “molare” è stato sostituito da “sfaccettare”.

 

Brillantatura

E’ la fase finale della lavorazione del diamante, lavorazione grazie alla quale si ottiene un’ottima lucidatura della superficie delle faccette. Il metodo è lo stesso impiegato per la molatura, con la differenza che si adopera una polvere finissima e le faccette sono sfregate contro la parte del disco appositamente riservata alla brillantatura.

 

Taglio

Il taglio del diamante è la “geometria” della gemma finita secondo la forma delle faccette: taglio a tavola, taglio brillante, taglio smeraldo e così via. Il tagliatore di diamanti è l’artigiano che lavora le gemme, e il termine “tagliare” è abbastanza frequentemente usato per definire  l’intero processo di lavorazione.

 

Fuoco e scintillio

Il gioco di colori creato dalla dispersione della luce in un diamante è chiamato fuoco. Lo scintillio è l’effetto totale della luce riflessa  e di quella rifratta dalla gemma. Lo scintillio dipende soltanto  dalla quantità di luce bianca che, entrando da sopra, è riflessa verso l’osservatore dalle faccette del padiglione, ossia della base. Più luce è riflessa e meno è rifratta (e quindi dispersa nel mezzo circostante), e maggiore è lo scintillio della pietra.

 

Francesco Foti

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