Suunto X6hr in Tibet – Il viaggio nella cultura dei nomadi.

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Sono ormai quasi 20 anni che conosco questa affascinante regione del nostro Pianeta, venti anni di viaggi nel mondo che mi hanno fatto capire quanto è importante conoscere la cultura “degli altri” per poterli capire , venti anni di peregrinazioni fra i recessi più disagiate della Terra.

Da tutto ciò ho capito che il viaggio più bello è quello che si fa con la gente nomade coloro che sanno apprezzare i colori ed i profumi della natura, quelli che non conoscono il tempo come da noi  concepito ma solo come uno spazio dove inserire delle idee.

Per noi ovviamente ciò è diverso e in questo viaggio ho avuto la fortuna di avere con me un amico carissimo che mi ha dato una infinità di dati e mi ha permesso un viaggio perfetto fra le montagne tibetane : il Suunto X6hrt, un computer da polso di notevole prestigio. Ogni mattino attorno alle  cinque il suo trillo mi destava dai sogni tibetani e durante la giornata mi regalava quote sempre più alte sino a raggiungere i gruppi di nomadi più sperduti oltre passi di 5400 metri. Un viaggio importante fra la cultura dei nomadi dove il mio computer “di bordo” mi è stato vicino fedele amico e preciso cronografo.

Così camminando su quei sentieri ho riconosciuto un certo tipo di Tibet, quello religioso oggi purtroppo in via di scomparsa, ma quando il Tibet non era ancora un paese buddista, fino al settimo secolo dopo Cristo, i nomadi che lo popolavano dall’Himalaya alle estreme regioni ai confini con la Cina avevano già una loro religione antichissima.

Era stata tramandata di maestro in discepolo, di padre in figlio da tempi remotissimi, di certo da quando 5000 anni fa un grande saggio chiamato Sherab Miwo riformò gli antichi e cruenti rituali magici diffondendo il Bon, parola che vuol dire ‘recitare’.

Se i sacerdoti del Bon furono la fonte della trasmissione, generalmente orale, degli insegnamenti spirituali e magici, i nomadi ne divennero i diffusori, trasportando lungo valli e cime degli altipiani un’idea d’assoluto che non entrò, di fatto, in contrasto con la nuova spiritualità importata dall’India.

Furono sempre i nomadi ad assorbire la conoscenza dei grandi lama e a propagare come una scintilla la dottrina del Buddha su tutto l’immenso territorio tibetano, spostandosi con le loro mandrie e le tende intessute di peli di yak alla ricerca dei pascoli più protetti, senza mai perdere il contatto con quel filo della memoria tramandato di generazione in generazione attraverso le figure dei Maestri, dei Bodhisattva, dei Protettori d’uomini e luoghi. La religione degli altipiani.

Tutti i nomadi, giovani o vecchi, sono estremamente devoti e nutrono nei confronti della religione dei sentimenti molto puri.
La maggior parte di essi, anche se analfabeti, conosce a memoria numerose preghiere e invocazioni famose, come il Rifugio‘, le Lodi a Tara, il mantra 0m mani padme hum, il mantra Siddhi, il Sampa lhundrup, il Lleudunma, ma anche molte invocazioni che non si trovano scritte in alcun libro.

La maggior parte dei nomadi nel suo sentimento religioso non è settaria, in altre parole non è legata in modo esclusivo ad alcuna tradizione religiosa; ma nonostante la gran devozione e il modo di vedere puro che essi hanno nei confronti della religione, sono pochissimi quelli che ne conoscono realmente il senso.

Ogni mattina, i nomadi si alzano recitando il Rifugio e altre preghiere che continuano a pronunciare mentre svolgono le loro prime mansioni della giornata.
Quando poi si incamminano per le montagne cantano i mantra Om mani padme hum e Om a hum vajra guru padme siddhi hum intonando melodie diverse.
Particolarmente del mantra Om mani padme hum ce n’é una bellissima chiamata Shardza mani, che la tradizione vuole sia stata composta da uno yogin dell’eremitaggio di Shardza nel Dzachuka. Essa era talmente diffusa che non v’era un solo luogo dove non la sentissimo cantare.

Ogni sera, dopo cena, la famiglia si riunisce per le preghiere serali, durante le quali vengono ripetute almeno tre volte le Lodi a Tara e il Sampa lhundrup: a condurre le preghiere è solitamente il padre o il figlio maggiore.
Dopodiché, fuori della tenda, essi bruciano del formaggio e del burro quale offerta di cibo per i defunti mentre i familiari recitano qualche rosario del mantra Om mani padme hum e infine pronunciano un’invocazione, una formula sacra che ha la funzione di dedicare al beneficio di tutti gli esseri tutti i meriti e le virtù accumulati.

Ogni sera pongono una lampada a burro detta “che dura tutta la notte“, in cima al focolare, come atto di devozione verso i Tre Gioielli: il Buddha, il suo Insegnamento e la Comunità religiosa, lampada che dovrà restare accesa dal crepuscolo fino al sorgere del sole del giorno seguente.

I nomadi hanno molto rispetto per i propri genitori che, raggiunta la vecchiaia, non sono più tenuti a lavorare. Si recano allora nei monasteri o presso le comunità religiose per ricevere insegnamenti dai lama.

Qui si dedicano in primo luogo alle cinque serie di pratiche religiose chiamate i “Cinque centomila” che sono preliminari alle pratiche del Buddhismo tantrico e che consistono in:

1) centomila recitazioni della formula del cosiddetto Rifugio, attraverso la quale si professa l’intenzione di rifugiarsi, per trovare una via d’uscita dalla sofferenza di questo mondo, nel Buddha, nel suo Insegnamento e nella Comunità religiosa;

2) centomila recitazioni del mantra di cento sillabe della divinità tantrica Vajrasattva, a scopi di purificazione, in altre parole per rimuovere gli ostacoli che impediscono la realizzazione spirituale;

3) centomila prosternazioni, per la purificazione degli ostacoli del corpo;

4) centomila pratiche d’offerta del mandala il cui scopo è, attraverso le ripetute offerte simboliche dell’intero universo, l’accumulazione dei meriti e delle virtù necessarie ad intraprendere la via della saggezza;

5) centomila pratiche d’unificazione spirituale con il maestro, detto Guru Yoga, il cui fine è quello di ricevere la trasmissione dell’energia della saggezza che permette di realizzare il senso profondo degli insegnamenti.

Dopo questi “preliminari” vengono apprese le istruzioni del trasferimento del principio cosciente, detto phowa, che permette al praticante, grazie a specifici esercizi yoga, di controllare la propria coscienza al momento del trapasso e di trasferirla nella dimensione di esistenza desiderata.
Si accede infine alla pratica essenziale della contemplazione in uno stato non duale, chiamata trekchö, che è il vero fine degli insegnamenti.

Le persone anziane possono scegliere di rimanere nei centri d’insegnamento o di vivere in piccole tende, nei pressi della loro famiglia, dove si possono dedicare alla pratica spirituale e alla recitazione delle preghiere quotidiane.

Nelle regioni abitate dai nomadi ci sono monasteri, grandi e piccoli, appartenenti alle diverse scuole del Buddhismo tibetano e in particolare alla “scuola degli antichi”, Nyingmapa. La maggior parte di questi monasteri comprende templi, residenze di lama, collegi di pratica e abitazioni per monaci. Le costruzioni sono molto belle, in legno e pietra.

Per alcuni tipi di monasteri, i nakgön, costituiti da tende nere di pelo di yak, dalle quali assumono appunto il nome di “monasteri neri“, il luogo d’insegnamento può cambiare durante i mesi estivi.

I principali organismi ai quali è affidato il governo dell’economia monastica sono gli uffici amministrativi, di diverso tipo, chiamati chi: l’ufficio amministrativo centrale del monastero, gli uffici delle residenze dei lama e altri uffici specifici.

L’ufficio monastico centrale, detto drachi è il più importante e amministra tutte le attività economiche del monastero; distribuisce le centinaia di capi di bestiame, in genere yak e dri, ovvero femmine di yak, ai nomadi dipendenti dal monastero; regola le questioni concernenti la soccida delle femmine di yak e il prestito dei cereali e si occupa del commercio.

Queste incombenze, per periodi che possono variare dai tre ai cinque anni, possono essere affidate dall’ufficio centrale alle singole residenze dei lama che si trovano all’interno dei monasteri o a ricchi privati.
Questi amministratori si avvalgono a loro volta dell’aiuto di monaci ordinari e si sforzano in ogni modo di far aumentare il capitale.
Con i profitti ottenuti durante l’anno devono finanziare le cerimonie religiose annuali e le altre legate a ricorrenze o a feste periodiche.

Quando nel monastero si svolgono cerimonie religiose, il sostentamento dei monaci compete all’ufficio amministrativo centrale; mentre durante il resto del tempo è affidato soltanto alle donazioni che i laici fanno per richiedere determinati rituali e alle entrate che derivano dai lavori che ogni monaco svolge all’interno del monastero. I monaci per i quali non è facile godere di queste possibilità, perché sono appena entrati nel monastero o perché non hanno una posizione di rilievo, sono interamente mantenuti dalle rispettive famiglie.

Nella maggior parte dei monasteri vi sono dei collegi dove si praticano le diverse tecniche meditative, mentre solo in alcuni ci sono i collegi di studi filosofici.
Nei primi il corso di studio e di pratica dura dai cinque ai sette anni, durante i quali le persone che rimangono nel collegio sono mantenute dal lama principale del monastero, il cosiddetto “padrone dell’insegnamento”, che, sia esso una reincarnazione o un abate (khenpo), deve farsi carico di ciò, attingendo al capitale della propria residenza.

Per incrementare questo patrimonio, il “padrone dell’insegnamento” deve recarsi tra i nomadi e ogni inverno tra le popolazioni sedentarie, per raccogliere le offerte.
Nel caso il “padrone dell’insegnamento” sia un’importante reincarnazione, la sua residenza affida questi incarichi ad un abate oppure a due o tre maestri, chiamati chila, che abbiano portato a termine il corso di cinque o sette anni nel collegio.

Questi, forniti di tutto l’occorrente da parte dell’ufficio amministrativo della residenza del lama, sono inviati come suoi rappresentanti a raccogliere le offerte, d’estate nei territori dei nomadi, d’inverno in quelli abitati dalle popolazioni sedentarie.

Oltre all’ufficio centrale del monastero e a quello della residenza del lama esistono molti altri uffici che si occupano dell’amministrazione dei fondi stanziati per finanziare le diverse cerimonie svolte durante le grandi ricorrenze religiose.

In genere la maggior parte dei responsabili di questi uffici sono ricchi capofamiglia nomadi. Anche questi uffici, come quelli del monastero e della residenza del lama possiedono bestiame e grandi estensioni di pascoli estivi e invernali, concordano la soccida per l’affidamento del bestiame e possiedono capitali notevoli derivanti dai commerci con le popolazioni sedentarie.

Con il ricavato di queste attività finanziano le cerimonie religiose e distribuiscono il sovrappiù in occasione delle assemblee dei monaci.

Questi amministratori hanno la facoltà di invitare, come chila, un lama che abbia compiuto il corso di cinque o sette anni nel collegio della pratica, e incaricarlo per tre anni di condurre le cerimonie religiose e di recarsi a raccogliere le offerte.

Tutto quello che è raccolto da questi lama deve essere consegnato all’ufficio che li ha incaricati, che a sua volta, fornisce loro tutto il necessario per vivere.

In tutti gli uffici, il capitale, sia esso costituito da denaro liquido o da riserve di burro, è suddiviso tra i diversi amministratori che hanno il compito di farlo fruttare attraverso il commercio o attraverso prestiti ad interesse che sono chiamati “cinque in sostituzione di quattro”.
Se qualcuno non riesce a far fruttare il capitale affidatogli, deve pagare di tasca sua l’incremento di capitale medio annuale.
Tutte le regole concernenti l’amministrazione del monastero sono controllate dal gönpön e dai chötrim: nelle mani di questi funzionari è anche tutta la regolamentazione ordinaria delle attività interne ed esterne al monastero.

In alcuni casi, quando si tratta di questioni importanti, d’interesse generale, per prendere una decisione si riuniscono insieme i rappresentanti dell’ufficio della residenza del lama, quelli dell’ufficio amministrativo centrale, il capo del coro detto undze, il gönpön e i chötrim.
Quando si presentano questioni d’estrema importanza, il “Padrone dell’insegnamento” è invitato a presiedere questa riunione e solo allora può essere presa una decisione.

In generale il “Padrone dell’insegnamento” è il vero padrone del monastero, i lachi e i drachi sono gli amministratori dei beni del monastero, il gönpön (capo del monastero) è il responsabile delle regole interne ed esterne, i chötrim, che possono essere due o tre, sono funzionari sottoposti al gönpön e hanno come compito particolare quello di controllare l’osservanza delle regole, specialmente durante le grandi cerimonie religiose, e il funzionamento delle cucine in quelle occasioni.

Ci sono poi i khenpo (abati), alcuni dei quali danno insegnamenti ai monaci soltanto durante il periodo del ritiro estivo mentre altri svolgono questa mansione di continuo nel collegio di filosofia.

Il lobpön (capo insegnante) è il maestro tantrico delle cerimonie rituali, detto dorje lobpön; il drubpön è invece colui che, all’interno dei collegi di pratica, dà le istruzioni sulle diverse pratiche tantriche relative allo yoga e alla meditazione sulle divinità.
Il maestro del coro, undze, guida i canti e le preghiere nelle grandi assemblee e funge da dorje lobpön nelle cerimonie meno importanti.

Vi sono inoltre gli undze secondari che sostituiscono quello principale e il dorje lobpön nelle cerimonie religiose quotidiane. I monaci ordinari possono percorrere tre tipi di carriera. Nel primo, dopo aver compiuto gli studi concernenti le cerimonie religiose del monastero e i diversi rituali, il monaco rimane sette anni nel collegio della pratica, trascorsi i quali, il “Padrone dell’insegnamento“, il dorje lobpön in carica e quelli precedenti gli regalano un cappello, un viajra e un campanello come segno del rango ottenuto.

Svolge allora la funzione di capo dell’orchestra durante le grandi cerimonie per tre anni, dopodiché svolge quelle di capo del coro secondario per altri tre anni e per tre anni ancora quelle di capo del coro effettivo. Ottiene quindi il rango di zurla, i lama candidati a ricoprire la carica di capo degli insegnamenti (lobpön) tra i quali vengono anche prescelti i chila, i lama incaricati dagli uffici amministrativi di procurare le entrate per il monastero.

Poi può diventare lobpön, maestro tantrico delle grandi cerimonie religiose e deve ricoprire questa carica per almeno cinque anni. Infine, può assurgere al rango di drubpön, maestro degli insegnamenti tantrici, e svolgere questa funzione per un numero non delimitato d’anni. Questo è il livello più alto raggiungibile in un monastero.
Nel secondo tipo di carriera, i monaci studiano diverse discipline: grammatica, poesia, medicina, astrologia, e così via, nell’apposita scuola del monastero oppure entrano direttamente nel collegio di studi filosofici e per cinque anni si dedicano allo studio dei famosi “tredici testi principali“.

In seguito si recano a studiare nei collegi filosofici d’altri monasteri per fare infine ritorno ai monasteri d’origine e ricoprire le mansioni di kyorpön, ripetitori delle lezioni.
Successivamente diventano per tre anni khenpo, abati principali del monastero e poi abati del collegio di studi filosofici oppure precettori dei lama reincarnati padroni del monastero. La maggior parte di loro, in ogni modo, va in ritiro e dà poi insegnamenti alla gente.

Nel terzo tipo di carriera, dopo aver completato gli studi di base in qualsiasi scuola del monastero, il monaco svolge per tre anni le funzioni di tunkpön, vale a dire che è incaricato di suonare una grande conchiglia rituale in determinate occasioni.
Poi per i tre anni successivi diventa amministratore dell’ufficio amministrativo centrale e, in seguito, può ricoprire la carica di gönpön e, per tre anni, diventare responsabile della disciplina del monastero.

Successivamente deve ricoprire la carica di chipön, capo amministratore dell’ufficio centrale del monastero o di quello della residenza del lama.
Oltre agli incarichi principali più sopra menzionati, tracciando le linee generali dello sviluppo della carriera all’interno di un monastero, ce ne sono altri che possono costituire altrettante piccole variazioni a questo schema di base. I zurla, per esempio, possono diventare gönla, gli addetti che si occupano dei rituali nei tempietti dedicati alle divinità protettrici degli insegnamenti; i chötrim possono diventare könnyer, vale a dire responsabili del tempio, e vi sono inoltre molti altri incarichi relativi all’amministrazione.

Questi compiti vengono in genere affidati a monaci senza che essi debbano seguire una carriera prestabilita; gli incarichi che invece comportano un rischio personale di perdita e quelli che danno una possibilità di guadagno sono affidati a rotazione.

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